| Lucio
Fontana nasce in Argentina, a Rosario di Santa Fé,
il 19 febbraio 1899. Il padre è scultore e la
madreè attrice di teatro. A sei anni, con il
padre, viene a Milano per frequentare le scuole. Già
nel 1910 inizia il suo apprendistato artistico nella
bottega paterna. Si iscrive poi a una scuola per Maestri
Edili che lascia per arruolarsi come volontario nella
prima guerra mondiale. Ferito, è congedato con
medaglia d’argento al valore militare; riprende quindi
gli studi e si diploma. Tra il 1925 e il 1927 vince
alcuni concorsi e realizza, tra gli altri, il monumento
a Juana Blanco.
Torna a Milano nel 1928 per iscriversi, come allievo
di Adolf Wildt, al Iº corso dell’Accademia di Brera:
a fine anno è promosso al IVº corso.
Spaziando tra figurativo e astratto, la sua scultura,
sia in terracotta sia in gesso, con o senza colore,
diventa più libera e personale. In quegli anni
partecipa alla Triennale di Milano, alla Biennale di
Venezia, alla Quadriennale di Roma; espone più
volte alla Galleria del Milione, inizia l’attività
di ceramista ad Albisola e, nel 1937, alla Manifattura
di Sèvres, dove realizza alcune sculture di piccolo
formato che espone, e vende, a Parigi.
All’inizio del 1940 parte per Buenos Aires, dove si
stabilisce, lavora intensamente e vince vari concorsi
di scultura. Professore di modellato alla Scuola di
Belle Arti, nel 1946 organizza con altri una scuola
d’arte privata: l’Accademia di Altamira che diventa
un importante centro di promozione culturale. E’ proprio
qui che, in contatto con giovani artisti e intellettuali,
elabora le teorie di ricerca artistica che portano alla
pubblicazione del "Manifesto Blanco".
Rientrato a Milano nell’aprile del 1947, Fontana fonda
il "Movimento spaziale" e, con altri artisti
e intellettuali, pubblica il "Primo Manifesto dello
Spazialismo". Riprende l’attività di ceramista
ad Albisola e la collaborazione con gli architetti.
L’anno seguente vede l’uscita del "Secondo Manifesto
dello Spazialismo". Nel 1949 espone alla Galleria
del Naviglio "L’ambiente spaziale a luce nera"
suscitando al tempo stesso grande entusiasmo e scalpore.
Nello stesso anno nasce la sua invenzione più
originale quando, forse spinto dalla sua origine di
scultore, alla ricerca di una terza dimensione realizza
i primi quadri forando le tele. Nel 1950 esce il "Terzo
manifesto spaziale. Proposta per un regolamento".
Nel 1951, alla IXº Triennale, dove per primo usa
il neon come forma d’arte, legge il suo "Manifesto
tecnico dello Spazialismo". Partecipa poi al concorso
indetto per la "Quinta Porta del Duomo di Milano"
vincendolo ex-aequo con Minguzzi nel 1952. Nello stesso
anno firma con altri artisti il "Manifesto del
Movimento Spaziale per la Televisione", ed espone
in modo compiuto le sue opere spaziali alla Galleria
del Naviglio di Milano. Scatenendo di nuovo entusiasmo
e sgomento, oltre a forarle, Fontana dipinge ora le
tele, vi applica colore, inchiostri, pastelli, collages,
lustrini, frammenti di vetro, E’ ormai noto e apprezzato
anche all’estero. Nel 1957, in una serie di opere in
carta telata, oltre ai buchi e ai graffiti appaiono,
appena accennati, i tagli ai quali arriverà compiutamente
l’anno successivo: dalle tele a più tagli colorate
a velature a quelle monocrome intitolate "Concetto
spaziale", "Attesa". Mostre e partecipazioni
a manifestazioni internazionali si susseguono a ritmo
sempre più intenso: i musei, le gallerie e i
collezionisti più sensibili acquistano le sue
opere. Uomo di grande generosità, sempre pronto,
anche quando materialmente non ne aveva ancora la possibilità,
ad aiutare i giovani artisti, Fontana li incoraggia,
ne acquista le opere, fa loro dono delle sue anche se,
nella maggior parte dei casi, sa che saranno subito
vendute. In quegli anni Fontana realizza, oltre a sculture
in ferro su gambo, una serie di opere in terracotta,
note come "Nature": sorta di sfere su cui
interviene con larghi squarci o ferite a taglio; continua
anche a eseguire lavori in ceramica di grande e di piccolo
formato e a collaborare con i maggiori architetti per
opere di "environnement", denominate "Ambiente
spaziale", in cui impiega la luce come elemento
innovativo, secondo una tecnica ripresa poi da altri
artisti. Negli anni ’60 Fontana si dedica a una serie
di dipinti ovali, a olio, tutti dello stesso formato,
monocromi e costellati di buchi, di quarci, a volte
cosparsi di lustrini, che chiama "Fine di Dio".
Lo stesso tema si ritrova nel 1967, in una serie di
ellissi in legno laccato a colori squillanti, pezzi
unici realizzati su suo disegno. Tra il 1964 e il 1966
inventa i "Teatrini": cornici in legno sagomato
e laccato che racchiudono tele monocrome forate. Non
abbandona però i "tagli", cui rimane
fedele sino all’ultimo, e nel 1966, per la sua sala
bianca, con tele bianche segnate da un solo taglio verticale,
la giuria internazionale della XXXIIIº Biennale
di Venezia gli assegna il primo premio per la pittura.
Lasciata Milano e trasferitosi a Comabbio, paese d’origine
della sua famiglia di cui aveva restaurato la vecchia
casa colonica, muore il 7 settembre 1968. La presenza
di opere di Fontana nelle collezioni permanenti di più
di cento musei di tutto il mondo sono un’ulteriore conferma
dell’importanza della sua arte.
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