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Konrad Klapheck

Nome:
Konrad Klapheck


Konrad Klapheck
Porträtzeichnungen
1992-2002

Linee di voluttà, linee di precisione
Ritratti come tentativo
di un’autobiografia

Insieme alla mia compagna Wanda mi trovavo nell’estate del 1992 in Francia, in un bungalow sulle rive dell’Atlantico. Pioveva quasi ininterrottamente. In una pausa tra due rovesci Wanda si affrettò verso il mercato del posto e tornò con due carciofi che cominciò a disegnare. Niente pranzo per quel giorno dunque, ed io presi dalla veranda completamente bagnata dalla pioggia una pigna caduta a causa del vento e per quattro lunghi giorni la raffigurai in modo iperrealistico. Poi Wanda, che aveva frequentato l’Accademia d’arte a Düsseldorf e per tanti anni aveva lavorato come costumista, mi disse che voleva farmi il ritratto. Io acconsentii a patto che anche lei fosse disposta a sua volta a farmi da modella. Così ci raffigurammo a vicenda per alcuni giorni. Pioveva ancora e di nuotare o fare una passeggiata non se ne parlava. Infine Wanda mi chiese imbarazzata se ero disposto a farmi ritrarre nudo per lei. –“Naturalmente, era quello che anch’io volevo chiederti”– In tal modo si sviluppò un programma regolare. Ogni giorno dopo il riposo pomeridiano e l’ora del tè spostavamo le poltrone coperte da federe dei nostri ospiti assenti e giocavamo alla lezione di disegno.
Era dai tempi dell’Accademia che non facevo ritratti. All’epoca il ritratto era al centro della mia attività.  Quando avevo undici anni mia madre mi mostrò, in un libro di disegni di Dürer, il suo primo autoritratto. “Questo lo ha fatto quando aveva quattordici anni”, mi apostrofò. Lo stesso giorno mi misi davanti allo specchio e a mia volta mi cimentai in un autoritratto. Avevo pur sempre ancora tre anni per raggiungerlo… Il mio insegnante di disegno a scuola fu insoddisfatto del risultato. “Lascia perdere i tratteggi incrociati alla Dürer. Comprati un carboncino e crea delle ombre compatte. Ma soprattutto non dimenticare di delineare lo sfondo a zone grigie.” Attenendomi alle sue istruzioni rappresentai i miei compagni di scuola, le vecchie signore che facevano parte della cerchia di conoscenze di mia madre e ancora sempre autoritratti.
Durante il mio primo semestre accademico dipinsi anche dei ritratti a olio e pensai perfino di trarne un certo guadagno. I miei modelli erano il mio compagno di studi poeta, l’amato custode dell’Accademia d’Arte, la mia paziente amica Lilo (50 sedute!) e mia madre.  Come punti di riferimento avevo Ingres e Otto Dix. In un autoritratto mi ero raffigurato con un pennello in mano, al cavalletto, su cui si poteva vedere un quadro appena iniziato con  una doccia abbozzata. Ciò mi divertì talmente che lo trasformai nel tema a sé stante di un altro quadro. Così scivolai dentro il mondo delle cose, il mondo della tecnica minuta della quotidianità, e mi lasciai per sempre alle spalle, così almeno pensavo, i ritratti.
Mi ero esercitato per un anno intero nel disegno su modelli maschili e femminili alle lezioni di Bruno Goller. Volevo imparare a disegnare in modo corretto, delineando attentamente i contorni, riempivo le ombre di un grigio tenue per poi marcare con un nero profondo le ombre proiettate del mento e del petto. Un giorno, come preso da una sorta di ebbrezza, disegnai in pochissimo tempo ed in modo spontaneo diversi nudi. Si poteva dunque disegnare anche senza un’accurata preparazione e quasi senza pensare, posto che si conoscessero gli elementi base dell’anatomia. Il professor Goller, quando gli consegnavo i miei disegni al tavolo delle correzioni, era per lo più scostante verso i disegni a pennello, mentre approvava con entusiasmo del tutto antipedagogico i miei rapidi profili senza criterio.  Mi trovavo in una situazione atipica per una scuola d’arte. Per me stesso disegnavo in modo accademico e per il mio insegnante alla leggera, alla Matisse.
Con il ritratto di Wanda cominciai di nuovo, dopo trentacinque anni, con molta attenzione e accortezza e mi permettevo solo delle volte a fine seduta un qualche tratteggio spontaneo. Al termine della vacanza le due maniere coincidevano e volevo ora disegnare con precisione e trasporto. Anche dopo le ferie avevo voglia di disegnare ritratti, ed iniziai –spesso insieme a Wanda– a ritrarre i colleghi dell’Accademia d’arte di Düsseldorf, dove insegnavo ora. Gli artisti sono i migliori modelli. Ogni posa, anche quella più scomoda, veniva accettata, e i miei disegni, somiglianti o meno, ottenevano commenti incoraggianti. Le cose cambiavano quando andavo dagli impiegati del palazzo, portieri, fuochisti e segretarie. Allora non veniva osservato lo slancio della linea o l’arditezza nella suddivisione dello spazio. Allora si diceva: “Ho davvero delle gambe così grasse?”, oppure “Non mi può togliere il doppio mento?”.
Mi venne in mente il racconto del mio insegnante di disegno a scuola, che durante la prigionia in guerra ritraeva gli ufficiali russi per un tozzo di pane: “Fino a quando cercavo di creare un ritratto somigliante, ottenevo solo che aggrottassero le ciglia. Alla fine ne venni a capo tenendo presente che mi venivano richieste spalle larghe ed una esatta riproduzione delle decorazioni”. Ma anche collezionisti e direttori di museo con quadri di Tàpies e Fontana alle pareti volevano essere ritratti più giovani e autorevoli, e qualche disegno che io ritenevo somigliante suscitò un’irritazione a stento trattenuta. Approvazione ottenni invece da Jean Frémon della galleria Lelong, che mi spinse ad estendere la mia attività in Francia, e dal suo collaboratore Patrice Cotensin, che più volte ci organizzò una maratona di disegno minuziosamente programmata. A New York in seguito la mia amica Celia Ascher lottò per ottenermi degli appuntamenti. “You should do it as an artist for an artist” la sentivo dire al telefono ad aspiranti modelli. Tutti gli uomini del globo terrestre non potevo disegnarli. Mi concentrai così sui principali rappresentanti della scena artistica. Rinnovai l’amicizia con colleghi che non vedevo da molto tempo, mi riconciliai con critici con i quali avevo avuto dei dissensi e insieme con Wanda feci la conoscenza di nuovi stupendi amici. Dopo anni di solitudine in atelier ora divenni quasi mondano. E scrissi subito dopo un’autobiografia in forma di ritratti di persone che avevano avuto un ruolo nella mia vita. Per alcuni di loro ciò avvenne troppo tardi. Penso al mio primo insegnante di disegno a scuola, Kurt Prechtl, al gallerista Alfred Schmela che per primo mi organizzò una mostra, e ad André Breton che mi aveva dedicato il suo ultimo testo.
Aspiravo a disegnare ritratti a figura intera. Volevo guardare le persone in modo obiettivo come le macchine dei miei quadri, e trovai che braccia e gambe si prestassero a ciò. Inoltre i modelli rivelavano spesso nelle loro pose qualcosa del proprio carattere. Mi erano ben accette sedie e poltrone possedute dai soggetti rappresentati, in quanto segni del loro stile di vita e del loro gusto. All’inizio avevo disegnato con gessetti e carboncini in legno su mezzi fogli Ingres di marca Hahnemühle, in seguito passai ai carboncini normali e ai fogli interi. Un primo schizzo serviva alla somiglianza sommaria e alla composizione dell’insieme. Ricalcando su di un secondo foglio messo in posizione leggermente sfasata potevo modificare la composizione, copiare le linee giuste e correggere quelle sbagliate. In un terzo tentativo raggiungevo per lo più il risultato definitivo.
Alcuni ritratti li disegnai con la fantasia avvicinandomi alla caricatura (Lüpertz, Ruhrberg, Stella). Con l’ausilio di foto che a volte scattavo dopo la seduta, mai prima, riuscivo a migliorare la somiglianza. A volte ero costretto a ricopiare insieme singole parti ben riuscite da fogli diversi nel complesso falliti e in ciò la fotocopiatrice mi fu preziosa per gli ingrandimenti e i rimpicciolimenti. La restauratrice di libri Elke Huperz mi ha incollato un paio di teste ridisegnate su dei corpi già pronti (Gershuni, Neiman, Scheps). Nonostante tutti gli occasionali trucchi il mio principale desiderio rimaneva sempre quello di ottenere un risultato sul campo, disegnando e dialogando col modello.
In Cina avevo scoperto l’arte della calligrafia e la sua bellezza nata dall’improvvisazione spontanea.
Come una compensazione per i lunghi anni di rifiniture ai miei quadri, nel ritratto mi si offrì la possibilità di fissare l’ispirazione con rapidi schizzi spontanei. Precisi malgrado la semplificazione, inscritti nello spazio della carta bianca con nervosismo e tensione: così desideravo i miei disegni. Linee che fossero allo stesso tempo voluttuose e precise.
Oggi mi ha fatto da modello l’organizzatore di mostre Harald Szeemann nella sua fabbrica rosa a Maggia nel Ticino. Mentre io disegnavo e lui raccontava dei suoi viaggi e progetti, fuori scrosciava una pioggia che sembrava non volesse terminare, una situazione rassicurante, piacevole. E così ho dedicato le pagine che ora scrivo sul treno per Zurigo, in viaggio verso nuovi appuntamenti per ritratti, alla pioggia a Cap-Ferret sull’Atlantico e alla mia critica, rivale e compagna Wanda.

vedi opere Ignudi illuminati - Ritratti


Konrad Klapheck nasce nel 1935.
Studia Storia dell'Arte alla Kunstakademie di Dusseldorf e dal 1954-58 studia pittura con prof. Bruno Goller alla Kunstakademie di Dusseldorf.

Nel 1956 conosce Max Ernst ed entra in contatto a Parigi con André Breton e il gruppo dei pittori Surrealisti con i quali esporrà le proprie opere.
Prima mostra personale alla Galerie Schmela di Dusseldorf nel 1959 e inizio della sua collaborazione con Arturo Schwarz nella cui Galleria di Milano esporrà in mostre personali nel 1960/63/68 e 1972.
Dal 1979 è professore insegnante per pittura alla Kunstakademie di Dusseldorf.

Sue opere sono nelle collezioni dei più prestigiosi musei del mondo. Il suo lavoro è rappresentato dalla Galerie Lelong di Parigi e dalla Galerie Wittrock di Dusseldorf.

Konrad Klapheck (Düsseldorf 1935) rappresenta nei suoi quadri il mondo meccanico dei piccoli strumenti della casa e dell'ufficio, indagando il maschile e il femminile con gli oggetti dell'uso quotidiano. Frutto di uno sguardo analitico e lucido, avvolti da un alone di verità e di pietà ricca di tenerezza, gli oggetti si stagliano silenziosi in una ieratica solitudine, metafore delle miserie e delle grandezze dell'uomo, declinati al maschile (le macchine da scrivere, gli utensili, il telefono) o al femminile (il ferro da stiro, la macchina da cucire), o chiamati a rievocare il mondo dei bambini, come la serie dei campanelli di bicicletta che risuonano del fascino di tutte le infanzie. Veri e propri ritratti, spesso autoritratti, le opere dell'Artista vanno comprese alla luce del titolo che le descrive, le racchiude e le congeda, inserendo i frammenti della sua visione del mondo nel mondo più grande di una commedia umana (che spesso ha i colori della tragedia) dove tutto è possibile, dove tutto trova la sua armonia e la sua legge.

vedi opere Temptation

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