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FRIDJÓNSSON - DEVRIENDT

Doppia personale di
Helgi Thorgils Fridjónsson e Robert Devriendt

21 novembre - 21 dicembre 2009


Andai a prendere Robert Devriendt all’aeroporto di Keflavik.  Non l’avevo mai incontrato di persona, ma mi aveva mandato una foto e  quindi lo riconobbi molto facilmente tra la folla. Veniva in Islanda per l’inaugurazione della sua mostra, nella Galleria del Corridoio al Festival d’Arte del maggio  del 1998, e si tratteneva per un breve soggiorno di tre notti.

Per fargli vedere qualcosa del mio paese in questo pochissimo tempo, decisi di fare una piccola deviazione e di portarlo al faro di Reykjanes, prima di condurlo in città.  Camminammo fino alla scogliera.  C’era un vento talmente rumoroso che potevamo a malapena sentire le nostre voci. Una burrasca tirava dal mare.  Eravamo lì,  piegati contro il vento, con le acque turbolente dell’Atlantico sotto e davanti a noi, che si estendevano fino al polo sud. Se il vento si fosse improvvisamente calmato, saremmo caduti nel vuoto.  Dei nidi di gabbiani erano sparpagliati qua e là sulle rocce, in macchie bianche, rincalzati stretti stretti nei recessi della rupe.  Era strano vedere come questi uccelli potessero tranquillamente rimanere lì sdraiati con quel tempo da lupi.

Il faro di Reykjanes è molto vicino alla Laguna Blu, che diventò la nostra prossima fermata.  I vapori della stazione termale della laguna blu si levavano in volute sull’orizzonte 90° al nord e l’acqua era verde e mossa. Imbrattammo i nostri visi rossi con il fango di silice bianca che si raccoglie sul fondo della laguna. Le acque sono rinomate per  i loro effetti benefici su corpo e anima. Molti si immergono in queste acque per curarsi vari disturbi, dalla psoriasi all'artrite. Si dice (in Islanda per lo meno) che le foche abbiano occhi umani.  Rimanemmo lì a sguazzare per un po’ nell’acqua, con i  nostri visi bianchi da foche e con i pochi altri turisti che c’erano. La coperta di vapore era talmente fitta che non riuscivamo quasi a vedere niente oltre le nostre spalle.

Dopo cena e forse una bottiglia di vino rosso, appendemmo i suoi lavori nella Galleria del Corridoio.  Si trattava di 60 piccoli quadri, di 8 per 12 cm ciascuno.  Raffiguravano uccelli e pesci morti e alberi marci.  L’inaugurazione era programmata per l’indomani, un giorno prima dell’inaugurazione ufficiale del Festival d’Arte, come capitava spesso.  Agli ufficiali della manifestazione la Galleria del Corridoio sembrava troppo piccola ed insignificante per essere inclusa nella celebrazione mondana del festival.  La storia dimostra però che il Corridoio se l’è cavata bene con gli anni, tanto che è stato  sede di mostre particolarmente interessanti, anche se i costi sono molto diversi.  Il budget del Corridoio è pari a zero e tutto quello che manca proviene dalle mie tasche.  Lo spazio del Corridoio corrisponde a quello di una galleria europea media.  Durante il Festival d’Arte 2009, la galleria ospitò le opere di Silvia Bächli, che quest’anno ha rappresentato la Svizzera alla Biennale di Venezia.

La bufera continuò anche il giorno successivo.  Robert ed io decidemmo quindi di andare al mio studio.  I pannelli delle finestre vibravano nei loro telai. Sopra una delle finestre dondolava la testa di un’ anatra, fissata all’estremità di  un nastro di nylon arancione.  La mia famiglia ed io avevamo trovato l’anatra morta durante un viaggio  alle isole, il weekend precedente. Era ancora calda e ci faceva gola. Arrivammo alla conclusione che si era ritirata dallo stormo per morire dopo essersi rotta una zampa.  La mangiammo la sera stessa con uova fresche di oche e delle cozze.  Dopo, bevemmo dello Scotch di malto.  Decisi di tenermi la testa dell’anatra per dipingerla successivamente.

Robert vide la testa dondolare sotto la finestra e decidemmo di dipingerla assieme.  Avevo due tele da 25 x 20 cm già pronte.  Le attaccai al muro e misi la testa fra le due tele.  La tavolozza era in mezzo a  noi  e dipingemmo tutto il giorno. Dopo la partenza di Robert, io continuai a lavorare sul mio quadro. 

Il vento non smetteva mai.  La mostra di Robert sorprese veramente molte persone.  Nessuno lo conosceva e i suoi lavori erano insoliti, per lo meno nel contesto islandese.  La gente parlava in continuazione della morte della pittura e l’intellighenzia l’aveva dichiarata una forma d’arte superata ed inutile. Ma i quadri di Robert sorpresero anche quelle persone lì e una gallerista di Reykjavik, che faceva parte di quel gruppo, riuscì anche a vendere diversi quadri ad un collezionista sudamericano.  Uno dei visitatori confessò che lasciò la galleria con la sensazione di aver ricevuto un calcio nel nel sedere. 

Il giorno seguente, il festival fu inaugurato in un tempo da lupi.  Un gruppo di ballerini africani fece una danza della natura, mezzo nudi. Ballerini chiaramente con poteri magici, perché riuscirono ad evocare gli elementi.  I venti si trasformarono in una bufera infernale e venne giù un diluvio di pioggia che si trasformò in grandine, tuoni e lampi – cosa estremamente rara in Islanda. L’inaugurazione fu quindi immediatamente trasferita al coperto, per evitare che gli ospiti si bagnassero.  Ma i vestiti di questi ospiti distinti erano gia bagnati.  I ruscelli d’acqua sul marciapiede si trasformarono in fiumi e le bandiere si afflosciarono. 

Il giorno dopo accompagnai Robert all’aeroporto.  Il brutto tempo era quasi del tutto passato, ormai.  Stavano rialzando le bandiere e mettendo su dei manifesti nuovi.  Stavo pensando a come gli stranieri  vivono quest’esperienza di trovarsi in Islanda.  Uno non sa mai che tempo trova. Per esempio Salvo, soprannominato il “pittore delle nuvole”, venne in Islanda per una quindicina di giorni, due anni fa, e in tutto quel tempo non vide neanche una nuvola perché ogni giorno il  cielo era limpidissimo.  Penso che sia rimasto un po’ deluso. Invece quando c’era Robert, non ci fu  altro che burrasche e pioggia, con scrosci talmente fitti che si vedeva a malapena. Sicuramente, se questi due artisti s’incontrassero, si scambierebbero le loro storie. In compenso, però, Robert poté  dipingere la testa dell’anatra.

Sto scrivendo questo testo nella campagna dove sono cresciuto.  Fuori ci sono le isole, che dicono siano troppe numerose per esser contate.  Questo è più o meno lo stesso periodo in cui è venuto Robert l’anno scorso.  Gli uccelli sono in piena attività e i piccoli rompono il guscio.  L’anno scorso pescavo l’ anguilla, in questa zona.  L’anguilla è difficile da maneggiare perché ti scivola dalle mani e s’infila nella terra come un verme ed è facile perderla.  Dopo quel viaggio di pesca ho avuto il sogno seguente:

Avevo pescato un’anguilla ma avevo grosse difficoltà ad infilarla nella rete e ad ucciderla.  Mi scivolava dappertutto e s’infilava nella terra come un verme.  Qualunque cosa io facessi, si rifiutava di morire e si sottraeva sempre.  Poi, improvvisamente, come succede spesso nei sogni, al contrario che nella realtà, il sogno saltò a un altro capitolo.  Sento come se i serpenti che formano i capelli di Medusa invadono il mio corpo da dietro e vi strisciano dappertutto. Sono aggressivi e la mia lotta con l’anguilla, che era la lotta fra un cacciatore e la sua preda, si trasforma in una lotta per la sopravvivenza.  Combatto  contro di loro con le mie gambe e le mie braccia, senza però voltarmi per paura di essere pietrificato dallo sguardo di Medusa.  Poi, improvvisamente, non sono più dei serpenti avviluppati intorno a me, ma delle mani sottili che mi stuzzicano e diventano più tenere. Comincia un altro capitolo del mio sogno, che ora è più calmo e diventa erotico.  Ho ancora la persona alle mie spalle ma, cercando a tentoni, sento che è una donna.  Avverto le sue cosce e le sue natiche e le accarezzo dolcemente.  Poi sento i suoi seni rigidi.  Mi giro e, tenendo gli occhi sempre chiusi, cerco le sue labbra. Nel momento in cui la bacio, apro gli occhi e sono sveglio.

Helgi Thorgils Fridjónsson - Giugno 2009


Autentico labirinto di riferimenti, la pittura di Robert Devriendt si potrebbe definire come “modernissimamente antica”. Infatti con le più tradizionali delle tecniche – dall’olio su tela al pastello, all’acquerello –, con il più tradizionale degli stili – il figurativo –, con i continui e imprescindibili rimandi all’arte dei maestri fiamminghi – Memling, Van Eyck – l’artista scrive un racconto attualissimo, attingendo a un immaginario quantomai variegato, che spazia dal grande cinema (Haneke, Hitchcock, Chabrol) ai telefilm polizieschi più popolari, alla letteratura (Paul Auster). Ma come per altri artisti di oggi con i quali Devriendt mostra di avere più di un punto di contatto (da Helgi Friedjónsson a Christopher Orr, da Karen Kilimnik ad Ann Craven, da Michaël Borremans a Peter Doig, fino al fotografo Gregory Crewdson), la fonte dei suoi lavori è spesso la realtà quotidiana, anche la più banale: “Mi basta una passeggiata di dieci minuti per strada o nel bosco per trovare materiale sufficiente a dipingere per tutta una vita”, dice Devriendt.

Come fotogrammi di un film, i suoi racconti per immagini si sviluppano “a puntate” su tele o carte di piccolo formato (in genere cinque o sei) che devono essere intese nel loro insieme come un’opera unica. A un attento esame risultano infatti intimamente legate tra di loro. Ad esempio, può accadere che il personaggio che compare nella prima scena (un cacciatore) venga evocato nella seconda da un’ombra, nella terza da un oggetto (la canna di un fucile), nella quarta da un colore (il rosso del sangue) e nella quinta si colleghi a un altro soggetto (una ragazza che parrebbe morta o forse solo addormentata). E così via. Sta poi allo spettatore stabilire le relazioni, cogliere le sfumature, ricostruire l’accaduto e infine tirare le fila del racconto: “Siamo abituati a inserire ciò che vediamo in un contesto, in una storia, in un film o semplicemente nei nostri pensieri”, spiega Devriendt. “Mi piace selezionare frammenti di realtà e ricombinarli in una successione diversa, in un altro contesto che dia luogo a nuove situazioni e a nuovi significati. La mia scelta è spesso dettata dall’istinto, altre volte da una mia ben precisa necessità espressiva”.

E’proprio il formato ridotto che trasforma i dipinti di Devriendt in miniature, tessere di un puzzle che invitano lo spettatore a riflettere, a instaurare un rapporto intimo con l’opera e a concentrarsi sulle singole scene. “E’ un po’ come se fossi un regista, ma l’idea è che chi osserva l’opera debba inventarsi la sua storia. Cerco di preservare intatta la libertà dello spettatore, che per me è sempre molto importante. Il mio intervento si deve limitare a suggerire, a creare un’illusione. Uno degli obiettivi primari del mio lavoro è riuscire a influenzare lo stato d’animo di chi guarda il quadro, agendo sottilmente sul suo inconscio”, spiega l’artista che nei suoi cicli più recenti si è dedicato a esplorare il lato oscuro della mente umana. “C’è, per così dire, un mondo che è visibile e che sembra logico e razionale, governato da regole e convenzioni…. Ma poi ce n’è anche un altro, un mondo nascosto che s’intreccia e si sovrappone al primo”. Spesso l’atmosfera da film noir, le luci sinistre e tutti gli indizi affidati con parsimonia alle cinque o sei piccole tele fanno pensare a delitti consumati nel folto di un bosco o in una casa abbandonata, ma potrebbe anche trattarsi semplicemente dell’eco di un brutto sogno, della memoria confusa di un impulso represso, del ricordo di una fiaba crudele ascoltata da bambino o anche di un fatto di cronaca apparso brevemente sullo schermo del televisore o sulle pagine del giornale. Ambiguità che servono a testare le capacità di osservazione del fruitore dell’opera e che stimolano riflessioni filosofiche sul rapporto tra immagine e realtà nonché sulla natura stessa del reale. Così accade anche nella sequenza onirica intitolata The Son of the Taxidermist, ovvero Il figlio dell’imbalsamatore, “un’opera che parla di natura, di bellezza, di ossessioni… e del conflitto tra pulsioni naturali e regole imposte dalla cultura”, racconta l’artista. 

Spesso il mood che domina l’opera è introdotto da un piccolo frammento di paesaggio, che non è elemento secondario del racconto, ma anzi vi gioca un ruolo fondamentale. L’ora è sempre quella del tramonto o del crepuscolo. Il cielo infuocato non è mai terso, ma rannuvolato o almeno velato di macchie effimere portatrici di misteri da svelare. La vegetazione delle foreste balugina di una luce foriera di prodigi, mentre rami secchi e tronchi dalle forme contorte annunciano oscuri messaggi di morte: “Soffro delle conseguenze di un trauma post-romantico”, dice l’artista. Anche i suoi personaggi, inquietanti figure solitarie sospese sul baratro dell’inconscio, affondano dunque le radici in un magma antico, quello del romanticismo di Friedrich o di Turner. E la natura diviene testimone delle loro tragiche azioni.

Nato nel 1955 a Bruges, la città dei pittori fiamminghi, Robert Devriendt cresce in una fattoria nel cuore delle Fiandre. Scopre la passione per l’arte molto presto: “Nella mia famiglia c’era un pittore dalle lunghe chiome e dalla barba bianca, una specie di Monet, che dipingeva molto bene. Da bambino ne rimasi affascinato e decisi che da grande avrei fatto l’artista”, racconta. I suoi primi quadri sono “ispirati alla vita nella fattoria, non lontano dal bosco”. Autodidatta, passa molto tempo nei musei di Bruges per studiare da vicino i capolavori dei grandi maestri: “Ci andavo almeno una volta alla settimana per soffermarmi su un occhio meraviglioso o sul candore superbo di un incarnato”. Poi nascono i primi ritratti di animali, realizzati osservandoli dal vero o a partire da animali imbalsamati: cervi e stambecchi, tutte le specie di uccelli, ma anche lupi e leoni, dallo sguardo serio, molto umano. Oggi gli animali ritornano nei nuovi cicli a incarnare istinti e passioni, maschere dietro le quali si nasconde talvolta l’artista stesso.

“Sento il bisogno di esprimermi, ma non trovando le parole giuste ricorro alle immagini. La comunicazione in sé è spesso frustrante, destinata com’è al fallimento. Il mio tentativo di comunicare attraverso i dipinti è segnato dalla consapevolezza di questa difficoltà. Alcune cose spesso hanno significati molteplici, talvolta perfino opposti. Le mie storie senza parole mi permettono di sfruttare questa ricchezza e complessità di senso”, conclude Devriendt. Uscite da un sogno impenetrabile, le sue storie esplorano così il versante misterioso e fantastico delle situazioni comuni. Difficili e indecifrabili, ma al tempo stesso elementari e immediate, sono dipinte con una tecnica straordinaria, capace di ombre inquietanti e luci ipnotiche che fanno vivere immagini di seducente bellezza. E che invitano a guardare dentro l’illusione di un mondo dipinto senza mai lasciarci entrare davvero.

Licia Spagnesi - novembre 2009
 
 

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