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IN AND OUT OF FOCUS

Massimo Villa - Marcello Carlotto
Brigitte Groth - Aron Reyr Sverrisson

9 giugno - 3 luglio 2012


“Help! I am out of focus!” Nel 1997, nel suo film Harry a pezzi, Woody Allen, contravvenendo alla più classica tra le regole non scritte del cinema (sullo schermo tutto deve essere perfettamente nitido, altrimenti si perde l'attenzione dello spettatore), inventa una nuova figura, quella del personaggio che improvvisamente va fuori fuoco e rimane sfocato mentre il mondo intorno a lui continua come nulla fosse. L'introduzione del nuovo artificio tecnico gli permette di riflettere con la consueta ironia sulle implicazioni della sfocatura: proprio la figura che meno si vede, si nota di più.

Marcello Carlotto (Varese, 1963), Brigitte Groth (Düsseldorf, 1977), Aron Reyr Sverrisson (Reykjavik, 1974), Massimo Villa (Varese, 1974), quattro artisti all'apparenza molto diversi per provenienza, formazione ed esperienze, si trovano ora riuniti in una mostra che analizza il rapporto che essi hanno instaurato con la sfocatura.

Che cos'è la sfocatura? La corruzione di un'immagine, un attacco alla sua nitidezza. Lenti che da trasparenti diventano improvvisamente opache. I contorni si sfaldano, le forme si dissolvono, la visione risulta offuscata. Un volto, un oggetto, un fiore si trova così in uno stato intermedio tra apparizione e dissolvimento, in un limbo sospeso tra alba e crepuscolo, tra memoria e oblio. Come se ingrandendo un dettaglio nel tentativo di osservarlo più da vicino, la nitidezza si fosse persa nel cambio di scala. E la lettura dell'immagine, in contrasto con la precisione della superficie pittorica, risultasse difficoltosa.

La sfocatura rappresenta la sfida estetica della nostra epoca. Come il suo opposto, l'iperrealismo, è assurta a idioma artistico della contemporaneità, e ha come maestri nella pittura internazionale il tedesco Gerhard Richter, il belga Luc Tuymans e l'italiano Rudolf Stingel. Questi artisti nella loro ricerca hanno sperimentato sia l'iperrealismo che la sfocatura, riaccendendo il dibattito sulla riproducibilità del reale e sul rapporto tra riproduzione manuale (pittorica) e meccanica (fotografia e video). La pittura è in grado di restituire un'immagine fedele della realtà? È capace di veicolare un contenuto o può solo mettere in mostra la sua bellaseducente apparenza? Oggi gli artisti ricorrono dunque alla sfocatura come strumento della conoscenza del reale proprio per la sua capacità di evidenziare i limiti dell'esperienza umana. E l'esito paradossale è che la pittura, che per sua natura dovrebbe far vedere, ricorre al rifiuto della nitidezza.

Carlotto, Groth, Sverrisson e Villa mostrano atteggiamenti molto diversi nell'approccio al reale, ma possiamo sostenere che tutti praticano una pittura della distanza. Per Brigitte Groth e Aron Reyr Sverrisson la sfocatura è quasi una metafora della natura fuggevole, elusiva del ricordo, della memoria nella quale volti e oggetti perdono forma, connotati, dimensioni. La pittrice tedesca parte da vecchie fotografie, tratte da riviste o da  album di famiglia che scova nei mercatini delle pulci. La sua attenzione non è però rivolta alle figure, ma agli atteggiamenti, ai gesti. I volti sono spesso tratteggiati in modo sintetico, per permetterci di immedesimarci più facilmente nella situazione.

L'artista si sofferma tutt'al più su qualche dettaglio rivelatore (un indumento, una carta da parati, una maschera), capace di illuminare tutta una situazione e di far apparire ai nostri occhi le immagini come “datate”: “Mi piace interrogarmi su quanto questi relitti di un tempo più o meno lontano somiglino ai nostri ritagli di vita privata”.

Nei quadri dell'artista islandese, la sfocatura diventa uno strumento che al tempo stesso attira e allontana lo sguardo curioso dello spettatore, impedendo di entrare troppo dentro l'immagine. Sverrisson si è accostato alla figura soltanto di recente, e con cautela. È partito seguendone le tracce in interni spogli, dove pochi oggetti (un vecchio materasso, una radio, una finestra) conservavano ancora brandelli di vite passate. Ora, in ambienti in cui aleggia la stessa atmosfera di solitudine, ritrae figure umane, talvolta in compagnia di un animale, mettendole a confronto con immagini frammentarie, pallidi ricordi che lottano per affiorare un'ultima volta, prima di scomparire per sempre.

Se con i varesini Marcello Carlotto e Massimo Villa la distanza sembra accorciarsi per la loro adesione al realismo, entrambi, però, hanno scelto di non accostarsi alla figura umana: parlano di affetti, ricordi, sentimenti, legami attraverso la natura morta, indagando il rapporto tra i volumi, tra i colori dei fiori o dei frutti. Casa, infanzia, amicizia, famiglia, tempo: questi temi fondamentali sono tutti racchiusi sotto la superficie fredda del quadro. Con Carlotto, la cui pittura ha virato negli ultimi anni verso un realismo neopop, la sfocatura è riservata allo sfondo, che non deve distrarre da quelli che sono i protagonisti del racconto, i fiori, a cui è affidato il compito di evocare, con grazia, la sostanza di un'esperienza, di un evento, di una sensazione.

La ricerca del Bello, di una divina proporzione quale antidoto alla malinconia, spinge Massimo Villa a ideare composizioni dalla studiata geometria, nelle quali il suo pennello minuzioso percorre con virtuosismo ogni asperità della buccia di un frutto, ogni venatura delle foglie, o si sofferma a esaltare ombre e riflessi sulla superficie fredda e liscia della ceramica. “Ma proprio quando penso di essermi allontanato dal mio vissuto personale, mi accorgo con stupore di come esso si rispecchi puntualmente nei miei quadri”. Se in passato l'iperrealismo di Villa si era rivolto al paesaggio, ora si affida alla natura morta per rivelare e oscurare, scrivere e cancellare, creare e distruggere. Nelle sue tele, personale e universale sono intrecciati al punto da diventare inseparabili. Dipinge immagini aperte, che rifiutano di dare una risposta definitiva e univoca.

Licia Spagnesi


 

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