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IN QUIETA ATTESA
Mostra personale di Marcello Carlotto

16 dicembre 2006 - 10 gennaio 2007


Libera interpretazione di parole sparse dell’artista

Perché “In quieta attesa”?
In quieta attesa. Inquieta attesa.
Spesso sono irrequieto. Aspetto che succeda qualcosa.
Che cosa?
Qualcosa.
I tuoi quadri parlano della vita e della morte?
Guardo la vita che c’è prima della morte.
Scusa ma non è l’unica possibile?
No. Ci può essere vita senza che uno stia vivendo.
Allora parliamo di vita.
No. Parliamo di luce.
Cerco la luce. Mi piace il gioco che la luce disegna sulle cose. L’oggetto qualunque che diventa altro perché si muove il sole. Il paesaggio che non sarà più esattamente così se non nel mio quadro.
Ma nei tuoi quadri il buio sembra avere un ruolo ugualmente importante: penso ai vetri delle finestre come in “La voce della vita”, allo sfondo delle orchidee ne “La carezza della notte” o al volto del monaco in “Nenia”.
Ami la luce solo se conosci l’ombra.
Prima che tu lo chieda, ombra non è necessariamente solo la morte.
È il silenzio invece delle parole che aspettavi. La difficoltà di essere come vorresti. L’imperfezione del sentimento, del gesto, del pennello.
La mia orchidea cerca la perfezione prima di morire.
Allora stiamo parlando di morte?
Ogni giorno puoi scegliere di guardare la luce.
Significa scegliere la bellezza, fissare per il tempo della tua vita o per il tempo di qualche altra vita l’incanto di un’immagine, l’armonia di un istante.
Devi scegliere ogni volta di guardare la luce.
I tuoi quadri sono il ritratto di un’inquietudine o il racconto di un equilibrio faticosamente raggiunto?
Camille Claudel ha detto “C’è sempre qualcosa di assente che mi tormenta”.
Ogni equilibrio raggiunto porta necessariamente con sé nuove inquietudini. Appena terminato un quadro mi colpisce sempre tutto quello che non sono riuscito a realizzare.
Dove sei allora tu nel quadro?
Sicuramente nell’imperfezione.
No, scherzavo!
Non compaio. Io sono il quadro. Sono la mano, l’occhio, il cuore. Sono il ricordo e il desiderio. Sono l’ombra che cade dal pennello per salvare la luce.
Io che ho cercato la finestra, la nuvola e il marmo. Io che ho aspettato finché hanno parlato esattamente come volevo.
Spesso le cose è come se dicessero “Guardami, ci sono” e io le ho fissate.
Un’ultima domanda: i titoli dei tuoi quadri fanno pensare che tu sia molto saggio, è davvero così?
Ah si?

 

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