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MOLTITUDINI

Mostra personale di Stefano Levi Della Torre

10 febbraio - 7 marzo 2007


Moltitudine è la ripetizione, la replica, la moltiplicazione, il tema e la variazione sul tema. Moltitudine sono anche gli oggetti che si accumulano in uno scaffale per motivi ormai dimenticati, e sono come detriti lasciati in quell’ansa dalla corrente dei giorni o degli anni; e il tempo ha finito per intrecciare relazioni tra loro, abituandoli gli uni agli altri come avessero fatto società.

Oppure le stoviglie appese in cucina, inconsapevoli per modestia congenita di formare una costellazione di cerchi, come un Kandinskij dal vero.

O è la combinazione di forme della stessa specie in un’unica massa, come le mele d’un rosso assoluto, divise appena da solchi d’ombra; o la famiglia di animali sospettosi, compresenza di sessi e generazioni, riproduzione del tipo.

Oppure gli steli del mais, piantati regolarmente in filari per crescere poi ciascuno a suo modo, variando il ritmo artificiale della semina.

Sono anche i libri, individui alti e bassi, grassi e magri, personali e impersonali, tasselli ritmici di superfici connesse di brevi rientranze e rilievi; o i faldoni d’archivio, dedicati a mantenere l’ordine ma poi smentiti dall’accumulo, con allegria o tristezza,

Moltitudine sono anche le piantagioni cedue di pioppi, che al taglio periodico formano stanze gigantesche, navate e basiliche a cielo aperto. O anche il gesticolare un po’ esagerato di molti segnali in un qualunque incrocio stradale di pianura. Oppure i binari raccolti a mazzo dietro un palo ferroviario a croce, che si dipartono verso innumerevoli viaggi e destinazioni.

Nell’estate del 1747, affacciato sui tetti di Dresda, l’elettore di Sassonia Augusto III chiese a Bernardo Bellotto quante tonalità di grigio sapesse creare e l’artista, che non aveva neppure trent’anni, gli rispose con orgoglio: “Quanti sono i tetti che vedete, Signore. Quante sono le tegole dei tetti, che brillano sotto il cielo come le unghie di una donna.” Augusto sorrise e gli disse di restare a corte.

Stefano Levi Della Torre


Ho contato nelle tele di Levi le sfumature dei grigi, trovando la stessa malinconica visione della realtà che avvolge le opere del nipote di Canaletto, fusa con uno sguardo ironico che solo può avere chi ‘vede’.
Il grigio di una pentola, di un libro o di una strada. Il grigio dei binari, dei pali e dei muri. Il grigio dei capelli della pelle e delle piume. Il grigio della luce e del cielo. Il grigio dei tronchi dei marmi e dell’acqua.
Infiniti grigi che dialogano con sapienza coi colori della sua tavolozza mite che non conosce la rabbia e l’arroganza ma ha il sapore e l’odore delle memorie che sanno accarezzare il cuore. È un rosa antico di muri che conservano il fresco nonostante il sole e profumano di umido scaldato al sole. È una terra di Siena che dalla terra ha salvato il calore e il nutrimento. È il blu di un libro che brilla impertinente e ‘diverso’ in mezzo agli altri, a gridare ‘Io sono’. È il rosso assoluto di un frutto che seduce mentre chiede rispetto, perché sia risparmiato dalla lama inesorabile che uccide. È l’azzurro nostalgia di una parete che ha assorbito le voci di intere generazioni e rimanda fedele gli echi e gli occhi che l’hanno percepita come nido e scudo. È l’argento dei pesci che non vogliono morire e il bruno dorato delle pecore che non possono vivere, ammassate in un branco muto che non sa dove andare. È il verde di un prato che sa di vento.
Stanze fissate come erano nell’istante in cui le hai viste la prima volta, che è per sempre.
Frammenti di città, colti nel bivio tra andare e restare, colti nella fuga inesorabile del binario, conteso tra la sua fissità e il risuonare dei viaggi. Oggetti del quotidiano che diventano simboli di un tempo perduto e ritrovato, in cui il passato non è mai finito e il presente è già memoria.
Vi è lo stupore del bambino e la saggezza dell’uomo antico nel piccolo mondo antico di Levi, in cui le camere e gli armadi assomigliano al dolore dolce dei nostri ricordi e gli animali hanno sguardi umani.
Giocate nella dialettica tra ‘dentro’ e ‘fuori’, ‘chiuso’ e ‘aperto’, come a svelare un segreto in cui il cuore racconta,  le storie di Levi sembrano appartenere a un’epoca arcaica e lontana, ma nello stesso tempo presente ancora nello sguardo, nell’udito e nell’olfatto. Il taglio della luce che illumina la tela parla di sacro, e la scena compie il miracolo di aprirsi a una valenza universale, tanto che lo spettatore prova un senso di smarrimento, e si chiede come una sua emozione personale e nascosta abbia potuto trovare voce nel pennello di Levi.
Coralità e unicità, storia di un popolo e destino individuale. Un campo intero di pannocchie eppure un solo grido di verde. Un gruppo di scimmie ma una sola ti guarda smarrita e chiede una risposta. Una serie ordinata di libri ma uno ribelle è sdraiato sul dorso, non ha trovato il suo posto eppure rimane tra gli altri.
Storie che assomigliano ai ricordi di tanti ma che appartengono ad un ‘milieu’ dove ti sembra un dono il poter accedere, respirando con rispetto l’aria di un altro.
Forse uno di tanti.
Ma essenzialmente uno.

Isabella Colonna Preti


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