duetart home...
   
 
 
about us
 
conctact
 
find us
 
to buy
 

PER AMORE SOLO PER AMORE
Mostra collettiva

KONRAD KLAPHECK - SALVO - JAN KNAP
JEAN-FRÉDÉRIC SCHNYDER - ARON REYR SVERRISSON

20 marzo - 30 aprile 2021

 

PER AMORE, SOLO PER AMORE
Addentrandosi tra vuoto e colore, lo spettatore entra in un sistema complesso, un luogo non solo fisico ma anche mentale: lo spazio delimitato dalle tele. Come in un’abitazione dalle molteplici sale, le opere esposte sembrano stanze: ognuna è arredata secondo il gusto del creatore, e unita alle altre dalla passione e dalla dedizione coinvolta degli artisti. Come suppellettili o elementi d’arredo, i soggetti rappresentati abitano questa complessità, componendo un mosaico di dettagli in cui le opere hanno un nome preciso ed un significato immediato, ma non si tratta di mere rappresentazioni: trascendono la forma fisica, verso una ricerca intellettuale di emozioni e sentimenti. L’ospite entra in un mondo terreno ricco di connotati ideali e surreali: i soggetti delle tele, araldi del microcosmo poetico degli autori,  risultano evocativi oltre che descrittivi.

Esperienze e storie diverse giungono al comune obiettivo di dare voce ad una pulsione vitale e imprescindibile, che prende forma in Arte; ed è lo stesso fine che la galleria mira a raggiungere: la volontà di mostrare questa spinta energizzante ne ha guidato i passi nel corso degli anni tra le sconnesse vie del centro di Varese. Nonostante i lunghi mesi di timore e chiusura, dopo un anno di incertezze, flagellato dalla tempesta della pandemia, nasce un desiderio di ricominciare, con nuove energie ed ottimismo. La galleria si fa promotrice di una rinascita e di una divulgazione culturale, confermando la linea che ha inteso imprimere fin dagli esordi: dal 2003 propone infatti sia artisti affermati nel panorama internazionale che giovani promettenti, affiancati talvolta in un duetto che consenta ai visitatori di maturare nuove e inattese riflessioni. 
In questo tempo testimone della paura e dell’insicurezza, l’Arte si fa carico delle difficoltà della società, e ci trasporta verso nuovi scenari, diventando portavoce di un messaggio di speranza; con gli occhi già verso il futuro, come è tipico del suo ruolo di punta più avanzata della ricerca intellettuale, può mostrare che il Bello e il Vero esistono sempre e comunque, e le difficoltà non devono limitare la nostra capacità di indagare, comprendere, amare.
Sono latori di questo messaggio gli artisti in cui, forse, la galleria nel corso degli anni  ha visto espresse nella maniera più coerente le proprie istanze: Konrad Klapheck, Salvo, Jan Knap, Jean-Frédéric Schnyder e Aron Sverrisson.
Le opere in mostra, selezionate per la forte energia ed il dinamismo che incarnano, sono frutto di una visione intensa del mondo; l’ideale che ne sorregge il concetto è a tal punto interiorizzato che gli artisti arrivano ad identificarsi totalmente nel loro lavoro. È in prima istanza il processo creativo, come compresenza di  ingegno e tecnica, la motivazione che spinge a produrre, in una ricerca coinvolgente; è nella quête che trovano la loro identità, al punto da sacrificare, talvolta, gran parte della loro vita privata, per sottometterla all’Arte.
Un importante fil rouge unisce le opere esposte: il senso di vertigine che, con modalità differenti, suscitano nello spettatore, in un gioco di specchi che riflette la realtà e l’animo umano in maniera straniante ed ammaliante. Nell’arte, infatti, incontriamo la suggestione che deriva dal doppio: un’immagine-riflesso della nostra, o di quelle a noi note, che si rivela familiare eppure distante. Nelle tele percepiamo rappresentata la nostra realtà, ma pare nascosta dietro ad una tenda leggera; raffigurati vediamo gli oggetti e i paesaggi che conosciamo e riconosciamo: ma  la percezione della distanza dalla nostra esperienza ci spinge ad approfondirne il senso ultimo.
Dalle geometrie severe e inquietanti di Sverrison al romanzo di una vita d’Amore di Klapheck, dal dettaglio di una stazione di un piccolo paese della Svizzera di Schnyder, passando per la bucolica e luminosa religiosità di Knap, fino all’immensità dell’alba di Salvo, in grado di avvolgere tutto il mondo, gli artisti ci prendono per mano, per mostrarci la loro chiave di lettura della realtà, caratterizzata da un vigore endemico e inesauribile, adatto ad affrontare le difficili situazioni che l’oggi ci pone di fronte. Come un’ardente torcia l’Arte può accompagnarci, e illuminare un po’ le tenebre di questo tempo di smarrimento e morte, se solo glielo consentiamo.
Spesso i momenti di crisi sono stati uno stimolo per il mondo dell’Arte, che ha trovato in questi la spinta per dar vita a linguaggi innovativi. L’umanità ha combattuto, e si trova ancora a fronteggiare, una guerra senza bandiere, che miete vittime nel silenzio; diverse volte abbiamo dovuto affrontare epidemie, e siamo stati in grado di sfruttarle come ponte verso un nuovo futuro. La reclusione forzata che ha colpito molti Paesi ha dato modo agli artisti di ritrovare ritmi e vibrazioni personali, secondo tempi non scanditi dagli affanni quotidiani.
L’inizio del millennio ha visto una situazione stagnante in ambito artistico: sarà forse un evento dalla portata così globale che innescherà, con venti anni di ritardo, una risposta dal mondo culturale? Il doloroso silenzio, la calma e la distanza dal mondo, dai riflettori del mercato e della critica, possono essere uno stimolo poderoso per ricercare nuove vie espressive, maturate nell’isolamento; le innovazioni tecnologiche non sono state sufficienti per dare nuovo nutrimento al mondo dell’Arte, ma forse un simile disastro consentirà di superare lo stallo.
Il 2020 potrebbe essere l’anno zero per la rinascita dell’Arte, o solo la testimonianza che dobbiamo attendere qualcosa di ancora più grande perché ci siano dati nuovi modi di vedere il mondo. Possiamo sperare che qualcuno sfondi nuovamente la tela, per mostrare cosa giace al di là?

Stefano Brusa

 

KONRAD KLAPHECK
Dapprima con le macchine, e in seguito con le figure umane, Klapheck, artista-scrittore, narra del mondo con ironia e passione, costruendo una costellazione di opere che come astri illuminano il percorso lungo cui si dipana la sua poetica.
Inizia a dipingere ventenne, raffigurando oggetti della sua quotidianità, macchine da scrivere e da cucire, che vengono lentamente rielaborate fino ad assumere caratteristiche umane. Con lo scorrere degli anni il pantheon dei soggetti aumenta, arrivando a comprendere una decina di Macchine che, calate in differenti ruoli e impreziosite da una gamma di colori vibranti che ricordano le opere classiche, reinterpretano la realtà. Le tele sono il mezzo con cui l’artista riscopre se stesso, in un processo che assume tratti psicanalitici e di riscoperta dell’Io, i cui risultati finali stupiscono lo stesso creatore (in un parallelo con il mito di Pigmalione).
A partire dagli anni Novanta il dizionario di Klapheck acquisisce nuova vitalità grazie alle figure umane inserite in scorci di scene dalle caratteristiche teatrali, in cui l’artista può mettere a frutto le lunghe ore parigine di disegno dal vero alla Académie de la Grande Chaumière, ore di serenità e coinvolgimento.
Indubbiamente le immagini affascinano anche per il loro ermetismo, retaggio del periodo trascorso con gli artisti surrealisti della cerchia di André Breton, con i quali ha sempre sentito grande affinità di ideali.
Dipingere è una necessità, e in quanto tale comporta gioie e dolori: l’attività dell’artista, strutturata in tutte le sue componenti fisiche e mentali, appare come un atto di amore, svolto con dedizione ed impegno. Le tele diventano il luogo per lo sconvolgente incontro con il passato ed il presente: qui Klapheck sperimenta nuovamente sentimenti della sua giovinezza, o riscopre il mondo a lui contemporaneo; è il campo dove ritrovare i cari affetti, rivivere gli amori, elaborare i lutti o denunciare i comportamenti della società, servendosi sempre di ironia ed umanità.
L’umorismo che caratterizza l’artista vibra alla base di ogni sua tela: Klapheck usa i manufatti frutto dell’evoluzione tecnica per creare personaggi teatrali, tipi e maschere con cui il mito del progresso si rivela in tutta la sua umanità. Le macchine ci sono familiari, sembrano quelle che tutti noi abbiamo visto ed usato, ma abbiamo difficoltà a collocarle nello spettro delle nostre esperienze (anche perché ci sono mostrate con magnificenza e monumentalizzazione). L’artista ci pone di fronte ad un mondo che assomiglia al nostro, ma nel quale ci mancano le coordinate per orientarci; spesso i titoli sono la bussola, qualche volta lo sono i disegni preparatori ed altre volte la conoscenza delle sue esperienze biografiche.
I soggetti sono sogni, ricordi e altro ancora, raccolti con dedizione nel corso degli anni: Klapheck è esempio lampante di amore per la vita; è uno slancio forte e inarrestabile, nutrimento inesauribile per l’artista che afferma “i miei quadri contengono tutto quello che potrei dire sull’amore.”

SALVO
Salvo nasce in Sicilia ma trascorre la sua vita a Torino dove, fin da giovane, si interessa ai circoli culturali dell’Arte Povera: entra in contatto con artisti quali Merz, Boetti, Paolini, Penone e Anselmo, anche se non aderirà mai ufficialmente alla corrente. I componenti dell’Arte Povera, desiderosi di un ritorno al passato poiché ritenuto denso di valori e tradizioni, mostrano un linguaggio espressivo comune che fa uso di materiale “povero” (terra, sacchi di juta, pietra, ecc), in un processo di nobilitazione tramite l’arte che ricorda le opere dadaiste, ma si contrappone al minimalismo americano. Distaccandosi da questo clima imperante in città, Salvo fa suo lo spirito concettuale e trova nell’affettuoso rapporto col passato le maggiori affinità: il passato assume per lui rilevanza centrale, divenendo causa ed essenza delle sue opere.  Mentre gli artisti attivi a Torino usano soprattutto la scultura e la fotografia, Salvo trova la sintesi in una pittura di matrice concettuale, rappresentando fin dagli anni ’70 sempre ‘altro’ rispetto a quello che appare raffigurato.
La prima stagione pittorica, in cui Salvo esprime la sua personalissima poetica, mostra una forte connotazione egocentrica: l’esasperata valorizzazione di sé, fino ad una ironica mitizzazione, diventa la chiave di lettura del passato, e lo strumento per reinterpretare opere d’arte di altri artisti.  Con lo scorrere degli anni il suo interesse va a focalizzarsi sui temi della mitologia e dell’archeologia, giungendo all’analisi del rapporto tra Natura ed Arte: da qui nasce la lunga serie di “Luoghi” (rovine, gli “Interni con funzioni straordinarie”, le tombe turche, i villaggi di montagna, le stazioni, le città, le valli), che l’artista dipinge affidandosi al solo ricordo. Sono i luoghi dei suoi viaggi e dell’infanzia, luoghi di ricordi e affetti, che vengono accesi dalla luce della memoria e risplendono di tonalità oniriche. Le albe ed i tramonti sono i momenti favoriti per le sue tele, quelli che cromaticamente offrono gli effetti più suggestivi e, intellettualmente, più stimolanti poiché caratterizzati dall’inizio, o dalla fine, di un percorso.
Grazie a geometrie e colori Salvo ci restituisce l’idea dell’incedere del tempo: con sguardo malinconico ritrae il suo passato personale, e per estensione il passato dell’Uomo. Una natura benigna e accogliente, architetture eleganti in armonia con il paesaggio, riportano con malinconia ad un’epoca d’oro. Nonostante i colori luminosi Salvo riesce a trasmettere una malinconia potente, che trova i predecessori in Piranesi o nei vedutisti. La Natura diventa essa stessa architettura e viene rappresentata in una forma ‘fantastica’: ci troviamo in un mondo fiabesco, come fossimo quelle comparse di cui non si parla mai nei libri; l’azione si svolge a nostra insaputa, ma possiamo godere dell’ambiente in cui veniamo posti.

JAN KNAP
La luminosità delle tele di Knap ci porta in un mondo di serenità dai tratti agresti, dove siamo partecipi di scene di vita quotidiana caratterizzate da una ricercata semplicità con toni serafici.
L’artista si dedica con passione e impegno al mondo della pittura e all’apprendimento delle tecniche, così come ad una seria riscoperta della religione cristiana che, nonostante le sue irrequiete peregrinazioni, lo conduce dalla Repubblica Ceca fino a Roma a studiare filosofia e teologia (passando per Düsseldorf, dove studia con Gerhard Richter, e New York, dove collabora con importanti gallerie). Da questa laboriosa ricerca deriva la sua iconografia: i temi, che sembrano mostrare una leziosità emotiva o un semplice ottimismo, sono la trasposizione pittorica di una profonda e radicata convinzione a livello metafisico, a cui l’artista è giunto per sentieri perigliosi (lontani da quelli comuni ai ‘fedeli per tradizione’). È proprio la profondità del suo sentimento di amore religioso ed artistico, acquisito con fatica, che lo porta ad una poetica densa di significati, nonostante il linguaggio volutamente e apparentemente leggero, in realtà assai vicino al mondo concettuale, in cui Knap racchiude il suo candore e la sua sapienza.
Il soggetto più ricorrente delle tele è un nuovo paradiso terrestre: una Sacra Famiglia dai caratteri incredibilmente umani vive nella luce di un eterno giardino, o in una casa utopica; compie i piccoli gesti dell’esistenza di tutti i giorni, secondo i ritmi di un passato bucolico a noi ancora vicino, nonostante i possenti sviluppi dell’Era moderna. Non risulta difficile immaginarci seduti sulla sedia lasciata libera nella tela, o prendere parte anche noi alle faccende domestiche; quando lasciamo che la fantasia ci faccia immergere nell’opera veniamo svegliati dalla luminosità dell’oro e dalla presa di coscienza di ciò che è mostrato: una Sacra Famiglia umanizzata e calata in una quotidianità per noi semplice da immaginare. L’esigenza sottesa alla sua iconografia è la ricerca, e successiva condivisione, di una divinità che non incute soggezione né timore, una divinità concreta che si rende simile alle creature più piccole, e disponibile a tutti.

Lungo il percorso delle immagini religiose tradizionali, con Sacre Famiglie, Madonne con il Bambino e Santi, Knap imbocca una strada secondaria, e sceglie di mostrare eventi della quotidianità: l’artista raffigura scene che sono molto più affini a noi, rispetto alle pale d’altare tradizionali o agli affreschi del passato.  La tradizione iconografica è reinterpretata, in una ricerca di dignità che lascia intravedere gli antenati illustri, ma con il sincero desiderio di discostarsene educatamente. Quando Jan Knap adotta spazialità e forme neo-quattrocentesche, non intende operare una citazione ma creare atmosfere, richiami, assonanze linguistiche.

JEAN-FRÉDÉRIC SCHNYDER
Schnyder comincia il suo lavoro dagli anni Sessanta, creando un complesso di opere che spaziano tra scultura, fotografia, pittura ed installazioni; concettualmente e radicalmente aperto nel processo creativo, ogni serie a cui si dedica conduce a risultati affascinanti e talvolta inaspettati persino per l’artista.
Schnyder non aderisce semplicemente a quella che è l’idea comune del soggetto da rappresentare, ma tenta di discernerne il significato intrinseco, per giungere, dopo studio e dedizione, a nuove interpretazioni e punti di vista sullo stesso. Il risultato del suo metodo è un’ampia serie di lavori che presentano discontinuità formale: alcuni dei suoi approcci sono così differenti l’uno dall’altro da sembrare escludersi a vicenda, come fossero frutto di artisti diversi; è la mente creatrice di Schnyder l’elemento unificante di tutto.
Comincia a porre attenzione alla pittura in un periodo in cui si riteneva fosse un mezzo superato: da parte sua vi è un sincero entusiasmo per questo mezzo espressivo, e non una mera dichiarazione d’intenti, con cui opporsi alla moda. Il suo stile non mostra uno sviluppo stilistico, poiché è sentito come il mezzo cui attingere per ogni dipinto o serie (le stazioni ferroviarie, le vedute del lago di Berna, le strade del viandante – “Wanderung”), e questo causa nelle opere una vera eterogeneità di poetica e scelte formali.
Si dedica alla pittura en plain air per questioni originariamente di necessità: non avendo uno studio dove lavorare, la soluzione dal vero, che lo conduce in giro per la Svizzera con la bicicletta e il cavalletto in spalla, risulta la più indicata per sperimentare appieno la sua tecnica. E’ importante notare come primario interesse dell’artista fosse il processo stesso della pittura, l’atto del dipingere con esatta percezione della realtà, da cui deriva una rappresentazione del soggetto priva di filtri: appaiono nelle tele dettagli che altri avrebbero omesso - come tralicci e insegne pubblicitarie - , che mal si adattano alla tradizione romantica dei paesaggi svizzeri,  che per Schnyder diventano inevitabilmente parte integrante.
Confidandoci lo scenario delle sue giornate, il piccolo spettacolo intimo e quotidiano del mondo dell’uomo amico e nello stesso tempo nemico della Natura, l’artista presenta una geografia minuta che tutti i giorni si dipana sotto gli occhi di camionisti, automobilisti e passanti, o mostra sale d’attesa dove, mentre ciascuno attende, lui trova, trasformando le ‘vedute’ in visioni ricche di poesia e suggestione.

È significativo il forte legame che viene a crearsi con Fischli e Weiss, al punto che Fischli giunge a organizzare nel 2014 una grande mostra nel Kunsthaus di Zurigo in cui il lavoro di Schnyder è messo a confronto con le opere del simbolista bernese Hodler. Li legano spunti tardoromantici, il titanismo, il vittimismo, la vita dell’uomo come minuscolo frammento del grande mondo della Natura, che è madre e matrigna allo stesso tempo. Ma mentre nelle tele di Hodler si respira la millenaria vita delle montagne e dei laghi, nella visione di Schnyder si aggiunge una forte minaccia per i bei paesaggi, il senso di una catastrofe imminente che potrebbe inghiottire tutto.

ARON REYR SVERRISSON
Aron Reyr Sverrisson è nato e cresciuto a Reykjavik, in Islanda: qui ha studiato all’Accademia di Belle Arti per poi approfondire gli studi a Roma.
Sverrisson è un pittore di ricordi: in questi trova il nutrimento per la sua arte, con cui racconta i luoghi dei suoi viaggi (soprattutto immaginari) e della sua infanzia, tramite pennellate piene di affetto e nostalgia.
Ampi spazi, ritratti con fedeltà e precisione, sono orchestrati da una geometria severa e un uso sapiente dei colori: scenografie studiate con meticolosità, in cui la componente vivente è percepibile, ma non appare mai. L’artista prepara macchine del tempo dove noi, assieme a lui, possiamo rivivere i ricordi. Nelle sue tele dà spazio al vuoto, quello che avvolge l’intimità più cara.  
Nelle sue opere racconta la tensione che c’è nell’assenza, quando il vuoto riempie di sé tutto lo spazio. La pittura ha pulizia formale e precisione minuziosa, con i toni scuri dell’arte nordica; descrive scorci di lande deserte e sconfinate o interni abbandonati, su cui incombono pochi oggetti, relitti che sembrano familiari eppure misteriosi.
La solitudine non è angosciante ed il vuoto non è spettrale: è la solitudine che l’artista ha imparato a conoscere e ad amare fin da bambino, a contatto con la natura immensa e selvaggia della sua terra, o con l’immaginazione sollecitata dalle fotografie, dal cinema e dalla musica dall’affascinante mondo  degli anni ’50 in America, dove i nonni hanno vissuto.
I ritratti d’ambiente funzionano come palcoscenici, dove avviene un dialogo tra gli oggetti, protagonisti del loro silenzio.
“Quando dipingo mi sento come un regista che allestisce il set per le riprese e il quadro è una sorta di palcoscenico per la mia coscienza”, spiega Sverrisson. “Il mio intento è che lo spettatore lo possa utilizzare a sua volta come teatro per i propri ricordi e sentimenti”.

Con una pittura misurata ed essenziale, che evita le descrizioni didascaliche, l’artista riesce a trasmettere a chi guarda il quadro la sensazione di partecipare all’evento che descrive. Le impalcature tra gli edifici sembrano alludere a un ponte, ancorché precario, tra due esistenze. Sono scenari quotidiani e inaspettati, familiari e inquietanti, sempre affascinanti, in cui l’uomo, invisibile, è come sottinteso. Ne avvertiamo la presenza e ne immaginiamo l’esistenza, perché sentiamo l’eco dei suoi passi, vediamo le tracce del suo passaggio, gli oggetti che ha usato. La stanza o il paesaggio non sono che il pretesto e la metafora per imbrigliare e trattenere qualcosa di inafferrabile: la coscienza, i pensieri, le emozioni. Compongono una sorta di autobiografia per immagini, ricreando l’atmosfera di precisi momenti e luoghi della vita dell’artista, in cui lo spettatore è invitato a entrare e a curiosare, a confrontarli con il proprio vissuto o a immaginare storie e personaggi. La luce, che cade dall’alto, come a teatro, o filtra da una finestra, esercita la sua azione morbida sulla povertà degli ambienti, rivestendoli di una grazia inaspettata.

 

duetart gallery